Scrivo per piacere, per esigenza del mio animo. Racconto storie su di me, su qualcun altro, scritte dalla mia mano ma non sempre dalla persona che sono.
Dò vita a racconti di voci non abbastanza forti per essere sentite e pensieri talmente tanto profondi in noi da non sapere della loro esistenza.
Sogno e trasformo in realtà l'immaginazione con i miei scritti. Scruto con gli occhi, elaboro con la mente e creo.
Questi sono i miei racconti, reali o immaginari che siano.

Comunque vada questo dicembre...


Siamo a dicembre e abbiamo già una miriade di cose per la testa. Forse anche molte più del solito questo anno. C'è chi pensa alla fine del mondo, al Natale e chi invece, indifferente a queste due, ha la mente già a Capodanno. Io vorrei trattarle tutte, nessuna esclusa, in un piccolo "concorso" in cui per una volta non dobbiate sborsare soldi e ricevere lo stesso un regalo. Ci vorrà solo un pochino di fantasia! :)
Funziona così: io vi porrò tre domande, potete scegliere se rispondere a tutte o solo a quella 

che preferite. Non c'è bisogno di scrivere un tema per farlo, bastano anche poche righe. Lascio a voi la scelta su come esprimervi. Vincono le risposte più belle e originali di ogni domanda. In premio ci sono sei copie del mio libro "Arret", che vi spedirò dedicate, autografate e complete di segnalibro.

Le domande sono queste:
1. Fine del mondo: qualunque sia il vostro parere in merito, immaginate di crederci. Cosa succederà secondo la vostra folle immaginazione? Quale sarà l'epica conclusione? Arriveranno gli alieni? Come li vedete?
2. Natale, in questa domanda rimango un pochino in tema col libro, in cui la protagonista è una sedicenne: come è/ era il vostro Natale da adolescenti? Come l'avreste voluto? C'è un episodio che ricordate con particolare enfasi?
3. 2013, anno nuovo, Capodanno: c'è una cosa che vorreste fare? Che già da tempo vi assilla? Fatela! Immaginate di farla e raccontatela! Non importa di quale genere sia, se avete qualcosa da dire, ditelo! Chissà, magari vi dà la forza di farlo per davvero!

Usate la fantasia, l'ironia, anche un pizzico di tragedia se volete. L'importante è che riusciate con le parole a urlare, esprimervi e divertirvi facendolo.
Per ogni domanda ci saranno due vincitori. Il concorso finirà tra circa due settimane, il 18 dicembre, in modo da riuscire a spedire i libri in tempo perché vi arrivino prima di Natale o Capodanno o... la fine del mondo! :P
E oraaaaaaaa... si parte! In bocca al lupo!



P.S.: Potete rispondere alle domande commentando questo post o sulla pagina evento di Facebook, di cui vi posto il link!

Appesa ad un albero

Chiedo scusa anticipatamente per il finale, ma il personaggio ha voluto così! :P
Ecco a voi: Appesa ad un albero!


Scivolo. Non faccio altro che scivolare.I piedi non hanno presa sulla corteccia dura che a tratti si spezza alla pressione del mio peso, alla forza che con tutta me stessa ci metto. Alzo la mano, cerco un appiglio più o meno sicuro. In mancanza di esso per gli ultimi metri mi sono abbracciata a quello che poteva essere sia la mia salvezza sia la mia distruzione, ma ora ci riprovo.Tocco e percepisco ogni singola smussatura, ogni variazione del tronco a contatto col mio palmo. Mi allungo e sposto a destra fino a toccare qualcosa di diverso. Un buco, una scanalatura, mi sembra. É profonda abbastanza da potermi appigliare. Alzo gli occhi per un secondo, quanto basta per essere sicura che sia effettivamente così, poi concentro quel poco di energia che non ho impiegato nelle gambe in quell'unico movimento che porterà i polpastrelli delle mie dita al sicuro.Sento l'interno coscia bruciarmi, all'apice di quel movimento, mi sento girare leggermente la testa quando finalmente completo il mio gesto. Ho le vertigini ogni cosa che faccio, ormai. Mi sembra di cadere ad ogni respiro, eppure sono ancora aggrappata. Vedo ancora davanti ai miei occhi il marrone di quell'albero che mi sembra immenso e mi accorgo di essere ancora viva anche se sempre più instabile. Non sento più niente del mio corpo oltre al bruciore alle gambe e al braccio quando mi sposto, ma almeno ci sono ancora le dita. Fredde, striminzite, apparentemente troppo piccole e fragili per sopportare gli sforzi imposti. Ma, loro sono ancora lì. Sono ghiacciate ma ancora sentono, ed è soprattutto grazie a loro che non sono caduta.Sinceramente, non ho neanche idea dell’altezza alla quale io mi trovi. Lo sforzo continuo del mio stanco corpo mi ha fatto dimenticare dove fossi l'ultima volta che ho controllato. Quando mi è caduto l'orologio e sono rimasta senza neanche la misura del tempo a farmi compagnia. Ma, non c'è problema. Ricordo la cosa più importante: devo salire. È sopra, la mia meta. Forse tanto, forse poco lontana, ma è sopra di me.Ricordo come fosse ancora ieri il giorno in cui l'ho fissata.Mia nonna era arrivata a casa con un albero in un sacchetto nero. Un pino, era. Non superava il metro d'altezza, eppure era già più alto di me. Me ne lamentavo perché avevo da poco avuto una nuova sorellina ed ero orgogliosa di essere la più grande. Per qualche strana concezione ero convinta che ogni cosa che dovesse entrare stabilmente a fare parte della nostra casa dovesse anche essere più piccola di me. Così i miei due cani erano arrivati piccoli e, quando crescendo mi avevano superata io non avevo posto obiezioni. Anche mia sorella, se un giorno fosse cresciuta più di me nonostante io fossi più grande, l'avrei perdonata. Ma quell'albero mai.Così, avevo fatto di tutto per farlo morire. Avevo inventato intrugli magici a base di detersivi per la casa e insetticidi, ma lui era rimasto sempre là, sempre più grande di me perché oltre ad essere stata l'unica cosa ad essere entrata in casa grande, era quella che cresceva di più e più in fretta. Era così ingiusto! Mi sembravo l'unica a non crescere lì. Non più di qualche centimetro, almeno. Perché lui poteva?Un giorno mi ero svegliata e, dalla finestra della mia camera al primo piano, l'avevo visto. Le sue cime si erano estese fin là e io mi ero sentita crollare il mondo addosso. Mi sentivo infuriata con quell'essere che aveva osato sfuggire alle regole che io avevo imposto e che non accennava minimamente ad ubbidire. Soprattutto, odiavo il fatto che nessuno provasse a darmi retta e tagliarlo.Per una settimana, quindi, non avevo aperto bocca. Non avevo parlato con nessuno né accennato ad andare a scuola. Ero rimasta in camera mia a guardare fuori dalla finestra. L'albero mi sembrava crescesse ogni giorno di più e io avevo rinunciato al mio segreto sogno di vendetta di superarlo e guardarlo dall'alto al basso come lui aveva fatto con me da quando era arrivato. Al posto di quello, invece, si stava facendo sempre più spazio nella mia mente un altro piano: dovevo tagliarlo. Dovevo essere io stessa a tagliargli la cima. Farne un albero di Natale, il più piccolo mai visto, in modo da dimostrare la mia superiorità nei suoi confronti.Era questo il mio obiettivo fin da piccola: arrampicarmi su quell'albero. Raggiungere ramo dopo ramo la cima con una sega in mano e, una volta raggiunta, raderla al suolo.Dopo la mia settimana di mutismo avevo passato ogni singolo momento sdraiata sotto quell'albero. Lo osservavo crescere dal basso e gioivo ad ogni nuovo ramo spuntato perché mi sarebbe stato d'aiuto per la mia futura scalata. Studiavo ogni dettaglio e sognavo il giorno in cui l'avrei visto senza cima.Poi, col tempo, la mia statura aumentò. Incredibilmente non m’interessava più scalare l’albero, ma le posizioni. Quelle a scuola, nelle amicizie, nel lavoro… Chissà come, avevo dimenticato quale fosse l’origine dei miei sogni, delle mie ossessioni di grandezza. Mentre giorno dopo giorno mi sentivo crescere, avevo piano piano dimenticato la mia meta più importante.Ma, è successo ieri.Ero a lavoro, quando ho ricevuto la telefonata di mia sorella. Lei, con la sua vocina ancora incredibilmente acuta, singhiozzava oltre la cornetta. “La nonna!” mi ripeteva ossessivamente tra un “vieni” e l’altro. Non ci pensai due volte e corsi da lei.La nonna, quando giunsi a casa, non c’era più. C’era il suo bianco spettrale corpo disteso sul letto e la vasca ancora straboccante dell’acqua con cui lei aveva pensato di fare il bagno prima di avere l’infarto. Almeno, questa è l’unica ragione che i medici hanno saputo darci per giustificare la sua morte.Mia sorella, sconvolta e paradossalmente inespressiva, si era rintanata in camera sua subito dopo il mio arrivo. Io ero andata in bagno, osservato quella che era stata l’ultima cosa vista da mia nonna in vita e, sentendomi improvvisamente mancare, avevo guardato oltre la finestra. Là, tutt’a un tratto beffardo, il pino mi guardava. Era diventato ancora più grande, enorme. Vedevo solo i rami e la cima era lontana, superiore. Sembrava ridere di noi e la vita che anno dopo anno giungeva alla fine.
Non so quanto tempo dopo, né il momento preciso in cui iniziai la mia scalata. So soltanto che, quando finalmente riaprii gli occhi ero lontana dal suolo. Non avevo niente in mano, neppure una lama con cui tagliare la cima all’albero, una volta arrivata in alto.Stavo però scalando.Salivo con sempre minore forza, eppure salivo. Anche ora, mentre noto che nonostante una mano sia al sicuro, non c’è modo di stabilizzare il mio equilibrio. La gamba brucia tanto da sentirla e a tratti neppure riconoscerla come piena parte di me. Brucia il braccio allungato verso la fessura, brucia quello vicino al petto, che tutto sommato trattiene l’intero corpo. Brucia - ne sono sempre più certa - l’interno di ogni mia fibra.Ripenso a tutte le battaglie combattute per la mia smania di superiorità, al dolore lancinante di muscoli e arti, e solo ora me ne accorgo. Non ce la faccio più.Non voglio più scalare. Voglio lasciarmi andare e tornare ad osservare il mondo dal basso. Sentire il sole sulla pelle quando tra un ramo e l’altro riesce ad insinuarsi e giungere a terra.
“Tutto sommato…” Quando realizzo il pensiero mi sento finalmente tranquilla e leggera. Le dita della mia mano destra si sciolgono e il dolore al corpo piano svanisce col mio staccarmi dall’albero. “…il mondo era più bello da laggiù”.

Booktrailer Arret!

Come vi avevo promesso,
ecco il booktrailer del mio libro in uscita il 3 agosto 2012:
Arret!
Mancano solo 5 giorni!!!

Amico mio

Amico mio,
ti ricordi le notti insonni passate insieme?
Quando era l'una passata e guardavamo quella chiesetta, quel promontorio roccioso davanti ai nostri occhi e poco sopra le nuvole. Le stelle.
Chiacchieravamo sul mondo, sulle nostre paure insensate. Sui sensi di deja-vù che ci spaventavano e costringevano ad accompagnarci alle nostre abitazioni innumerevoli volte. Prima io, poi te. Il tragitto da casa mia alla tua sembrava infinito, pervasi da quella sensazione di estraneità. Quell'inquietante familiarità con cui i nostri gesti si succedevano e noi, sicuri di non averli mai fatti prima, giocavamo a seguirci l'un l'altro.
Eravamo tanto vicini da aver paura di calpestarci. Di sovrapporre i nostri piedi impedendoci di camminare. E proseguire.
Eppure, non volevamo che la serata finisse. Non volevamo che quel senso di deja-vù ci abbandonasse per restituirci ai nostri giorni. Alle nostre nottate solitarie su luoghi diversi.
Mi coricavo e ti avevo nella testa come fossi ancora lì. E noi fossimo ancora nella piazzetta ad osservare il cielo.
Ti ricordi i pomeriggi in cui prima ci odiavamo e poi, inspiegabilmente, non ci facevamo a meno?
Giocavamo con le carte da collezione del tempo. Tu ne avevi sempre più di me eppure facevi di tutto, pur di vincere anche in astuzia. Mentre, in realtà io di astuzia ne avevo davvero poca e quelle volte che inevitabilmente ti battevo era soltanto fortuna.
Ti ricordi i sogni di andare in campeggio che i nostri genitori riducevano al semplice dormire in tenda nel giardino? La torcia rubata a tuo padre che incitava a fare quel gioco stupido di raccontare storie del terrore che mai finivamo per mancanza di originalità e pigrizia?
Spesso le interrompevamo perché colti da altri pensieri. E ridevamo e parlavamo senza mai capire il punto reale dei discorsi. Né cosa trovassimo tanto divertente in questi.
Ti ricordi quanti film horror abbiamo visto prima di capire che erano tutti uguali? Ricordi l'ultimo? Quello per cui abbiamo deciso che eravamo stufi?
Forse non era stato neanche l'ultimo. In realtà non l'avevamo neanche guardato. Ma, era stato l'unico a farci stare svegli la notte. L'unico che aveva accapponato tanto la nostra pelle da impedirci per giorni di entrare nella stanza in cui l'avevamo visto.
Ricordi le nostre passeggiate tra i meleti? Camminavamo a volte senza parlarci e mi chiedevi cosa avessi. Lo chiedevi tante volte da farti odiare, ma uscire con te era un piacere che non mi sarei mai tolta. Certo, non lo sapevo in quegli anni. Il mio corpo reagiva per inerzia, forse per abitudine non ti dicevo mai di no. Anche se, ora comprendo di averlo fatto perché già dentro me sapevo quanto ti volessi bene.
Ricordi come sono nate le nostre gite in bicicletta lungo il fiume? Quella ciclabile che ancora oggi non passa momento in cui desideri andarci un'altra volta con te? Ricordi quella volta in cui, colta da un'inspiegabile frenesia, ti avevo convinto a farti chilometri di pedalate insieme a me, che durante il tragitto si erano misteriosamente moltiplicate?
Ricordi il momento esatto in cui le nostre menti si sono aperte e non ci bastava più la campagna intorno a noi? Il giorno in cui per la prima volta abbiamo desiderato andare insieme alla grande città? Quante volte l'abbiamo progettato, quanti diversi mezzi abbiamo pensato di utilizzare per farlo?
Non avevamo che le biciclette, ai tempi, e sapevamo di non riuscire a raggiungere la nostra meta con quelle. Sognavamo treni, passaggi in macchine di persone che mai ci hanno concesso tale privilegio.
Nell'attesa di veder avverato questo sogno, ci siamo adagiati su quella tua amaca in giardino. Ci siamo annoiati fino a sfondarla col nostro peso. Anche lì, volevamo stare sempre troppo vicini.
Ricordi chi dei due era stato il primo ad innamorarsi di quella attrice? Non ci eravamo persi nessuno dei film cui era protagonista.
Ricordi il momento in cui, scoprendo fosse anche una cantante, abbiamo cominciato ad esasperare tuo padre costringendolo a mettere i suoi cd in macchina? Quanto basso era il volume? Quanta brama avevamo di ascoltare e assimilare la sua musica? Di sentirla forte nelle nostre orecchie come già in qualche modo era dentro i nostri cuori?

Oggi, mentre la sua musica pulsava facendo gracchiare la radio non ti ho visto. Non potevo perché stavo guidando, ma ti sentivo vicino. Partecipe nel tuo silenzio. E mi sono ricordata quei viaggi con tuo padre.
Oggi siamo entrambi cresciuti. Abbiamo la macchina e possiamo andare dovunque vogliano.
Oggi, finalmente, ho sentito la mia sete placata. Non era sete della musica, ma di quel momento con te.
Ogni volta che ti incontro rivivo i milioni di ricordi insieme. Li sfoglio uno ad uno, come fossero le pagine di un libro che, anno dopo anno, non vedo l'ora di rileggere. Eppure, mi sento ancora come se non ti conoscessi.
Sai una cosa, amico mio?
É bello. Così.
Ogni volta che ti rivedo rivivo. Ogni volta che ti rivedo però, rivivo in modo diverso il nostro rapporto. Ridipingo ogni dettaglio e mi sembra sempre più perfetto il quadro di noi.
Siamo due persone in continua crescita. Sono felice di ciò che siamo e molto positiva riguardo a ciò che saremo sia individualmente che uniti.
Ad ogni nostro incontro rivivo il passato e lo mescolo sia al presente che al futuro. Siamo un unico tempo verbale, viviamo un unico tempo concettuale. Siamo statici eppure in movimento.

È quello a cui penso ogni volta che mi chiedi che cosa io abbia e per quale motivo da qualche anno a questa parte io sia strana.
Non ho niente, non mi sento in alcun modo strana.
Mi sento piena, viva, quando sto con te. Solo, non ho ancora imparato a descrivere la serenità e la gioia di esserti amica. Le parole per spiegarti il mio stato d'animo non mi sono rimaste intrappolate in gola, penso semplicemente che non siano ancora nate.
Non so dirti quando e se tali vocaboli vedranno mai la luce. Posso assicurarti una cosa soltanto: qualsiasi tipo di persona in un futuro più o meno lontano io diventi, qualsiasi tipo di persona in un futuro più o meno lontano tu diventi, rimarremo quello che siamo sempre stati.
Tu sarai sempre e meravigliosamente... amico mio.

Scuse...

Chiedo scusa ai miei lettori!
E' da un mese a questa parte che non pubblico nessun nuovo racconto. Purtroppo sono stata e sono tutt'ora impegnata con i preparativi per la pubblicazione del mio libro: Arret.
Penso e spero di essere più produttiva sul blog nel mese di agosto.
Nel frattempo, se avete tempo, date un'occhiata al sito di Arret. Domani, tra l'altro, uscirà il booktrailer.

Ovviamente, lo posterò anche qui!

Leiddy

Cunei

Sentivo versi di sforzo, rumore ferroso venire da quella stanza tutti i giorni. Fin dalle prime ore del mattino, quando aprivo gli occhi, non era la sveglia a farmi alzare da letto. Mi lavavo, vestivo e andavo a spingere la grande porta dalla quale provenivano quei rumori.
“Nonno, vado a scuola!” Dicevo. Gli occhi, per quanto aperti e desiderosi di vedere, non riuscivano a scorgere nulla, nel buio di quella stanza. Lui mi rispondeva con il suo consueto mugugnare e io immaginavano che in questo lui riponesse i migliori auguri per la giornata che mi aspettava. Non ero mai riuscita a capire se avessi ragione o meno, però.
Ai miei genitori spesso chiedevo cosa ci facesse il nonno in quella stanza buia e non ottenevo mai risposte concrete. Forse, mi dicevo, non lo sapeva nessuno. Giustificavo così il mutismo dei miei famigliari, ma sapevo che questa mia affermazione non aveva alcun fondo di verità.
C'erano delle persone che entravano e uscivano da quella stanza. Erano pochi i ragazzi, ma di adulti vi erano a vagonate. Tanti da riempire tre o quattro pullman. E tutti, ordinatamente in fila, attendavano il loro turno davanti a quella porta. Erano calmi, mi guardavano sorridenti quando li sorpassavo la mattina e andavo a comunicare la mia partenza. Avevano un'aria beata, come se nulla li toccasse e ogni cosa fosse splendente ai loro occhi. Alcuni li sentivo parlare emozionati all'idea del posto dove stavano per entrare e, sentendosi onorati all'idea che mio nonno li ricevesse, aspettavano anche tutta la giornata. Mi capitava spesso di vedere persone in fondo alla fila quando uscivo di casa e ritrovarmele all'inizio quando ritornavo indietro. Altri invece, facevano quella processione più di una volta al giorno, soddisfatti dell'esperienza.
Io entravo in camera mia e, come se il tempo non fosse passato eccetto che per l'intensità della luce pomeridiana, tornavo a sentire i versi di sforzo, a volte anche di pianto. Sentivo quel picchiettare costante come di martello e, quando questo cessava, un lungo respiro di sollievo. Poi le persone uscivano con aria ancora più sublime.
“Che cosa avete fatto lì dentro?” Lo chiedevo ad ogni persona che incrociavo. Loro mi sorridevano ancora e, guardando il cielo, mi dicevano di ringraziare infinitamente mio nonno. Io accennavo un cortese sì e tornavo a porgere la stessa domanda. A questo punto, quindi, mi rispondevano: “Un giorno capirai!” e io me ne andavo arresa. Chissà quando avrei capito anch'io! Mai, probabilmente.
Un giorno persi la pazienza. Mi stancai di tanto mistero e decisi di andare a scoprirlo da sola. Superai la ventina di persone accodate davanti alla porta ed entrai nella stanza di mio nonno.

C'erano tanti scaffali a ricoprire le pareti, tutti colmi di libri. Non vi era traccia di letto, ma solo una poltrona e un piccolo tavolino in mezzo alla stanza. Sulla poltrona era seduta una delle tante persone che erano in coda, sul tavolino c'era una lampada, una penna e una serie di coni di varie dimensioni.
Mio nonno, un signore alto, magro e canuto, era ricurvo sulla la testa del suo ospite e, con un martello in mano, spingeva uno di quei coni argentati dentro la testa di quest'ultimo.
“Nonno!” Gridai, mentre gli vidi prendere in mano la penna. Poi corsi via.
Lui si arrestò e il suo ospite smise di soffrire.
Per quel giorno non ricevette più nessuno. Si sedette a fianco a me sul letto e disse:
“I romanzi sono dei cunei che un autore con la penna in mano insinua nella mente chiusa dei suoi lettori. Quanto più egli saprà calcolare la forza di penetrazione del cuneo e la resistenza che gli verrà opposta, tanto più ampia sarà la spaccatura che rimarrà nella personalità del lettore”
“I romanzi dovrebbero essere proibiti dalla legge” Risposi.
Decisi che non avrei mai letto un romanzo in vita mia.

Chiesa

...E ogni tanto ci vogliono anche loro: i vecchi racconti!

Soffocante, tediosa vita... riesco a sentirne l’odio attraversarmi il corpo e passare dentro le vene inesorabile, pesante, dura; Corrodermi l'animo e tutto quello che sono. Eppure osservo ancora quella gigantesca chiesa che sembra chiamarmi e cercare di farmi cambiare idea. No. Non cambierò. Non cambierò strada, e andrò verso quella casa ancora una volta. Questa volta sarà l’ultima. Voglio incendiare tutto, distruggere ogni segno della sua esistenza e sbarazzarmene per sempre. Voglio distruggere quell’essere che mi ha tanto detestato e che non ha fatto altro che riversarmi addosso litri di veleno. Acido. Ti distruggerò. Per troppo tempo ho dovuto soffrire, ti ho dovuto sopportare... sottomettendomi al tuo volere e ad ogni tuo capricci o, ho fatto crescere ancora di più il tuo disprezzo per la vita. Uomo. Questa volta non ti seguirò, non ubbidirò ai tuoi comandi insulsi. Non ti mostrerò la mia corteccia dura e lascerò che tu la graffi. No, non ci riuscirai ancora. Sono diventata ancora più dura di te. Forte. Non ho più niente dentro, sono solo un corpo rigido, un cuore nero, un cervello capace di pensare solo alle tue ingiustizie per elaborare la sentenza della tua morte. Sì, la tua. Tu morirai. Io ti ucciderò. Soffocherai e ti perderai nella tua fiamma, nella tua ombra. Pagherai i tuoi errori una volta per tutte... non sarò più tua; sarò finalmente e semplicemente libera. No. Non sarò libera. Quello è solo un sogno. È solo un'effimera illusione. Continuerò a vivere in questo schifo di mondo, in questa stupida civiltà. Non starò meglio. Lo so. Sarò ancora davanti a questa chiesa a contemplare colui che tutti chiamano Dio..onnipresente Dio... a sperare che esista, in un qualche modo.
Ma ora, è il momento di agire; attraverserò questa piazza e andrò verso quel luogo.. il luogo che tanto tormenta il mio essere...e.. li ci sarà la mia resa dei conti.

***
George, eccomi qui! Sto per distruggere la tua vita, distruggerò te. Mentre dormi ti accarezzerò i capelli e bacerò la tua fronte... sarà il nostro addio. Il mio unico modo per avvisarti di quello che starà per succedere. Sarai in grado di capire il mio messaggio? Vedrai che sono il tuo Giuda traditore? Sarà nelle tue mani la tua stessa sorte... svegliati. Fermami, ti prego. Ora, che le mie labbra sono ancora appoggiate al tuo volto. Cambia le carte in tavola. Cambia il destino..cambia ciò che io voglio ardentemente per il mio aguzzino... per te!
No..ormai è troppo tardi..
Ho staccato le mie labbra dal tuo volto e allontanato il mio respiro da te. Tengo in mano la tua fine. Sono diventata quello che volevo, e finalmente ho il controllo io. Solo un tasto. Una leggera pressione del mio dito su quel pulsante e tutto sarà finito.
Ora.

***
C’è stata un’esplosione e tu hai semplicemente smesso di vivere. Custodisco il tuo ricordo e il nero che aveva dimora in te si è permanentemente impresso nella mia anima... ora nera e intrisa di male. Dall’altra parte della strada, davanti alla chiesa c’è una panchina. Mi ci sono seduta. È passata un’ora. Non ho più parole o pensieri. Non ho più cuore e corpo. Non ho più anima. Non ho più niente. Non sono niente. Sono presenza ombrosa che occupa uno spazio, che agisce in modo involontario, che guarda un’imponente monumento nel centro di una città qualunque.
Chiesa... atto folle di migliaia di popolazioni e civiltà. Manifestazione di sapienza e arte. Ridicola devozione di un’umanità a un essere onnisciente, onnipotente, onnipresente; ma completamente inesistente. Energie utilizzate in errato modo... sono il risultato di ancora più errate credenze intorno alle quali il mondo vive...

Dio non esiste. L’ho finalmente provato a me stessa. Perché, in quell’esplosione sono morte due persone, se non tre. Siamo morti tutti. Morto lui, morta io, morto il frutto del suo abuso su di me. E, nessuno è venuto in nostro soccorso. Nessuno ci ha... o mi ha indicato la giusta via e ha assegnato a noi il posto che occuperemo per l’eternità. Nessuno.

Nessuno.

Storia di un buco


Prima di tutto ci fu un'implosione. Sì, proprio così. Non ci furono detriti in aria e neppure per terra, non ci fu nessun grande botto, al contrario. Fu più che altro l'esalazione dell'ultimo respiro di un moribondo, di un agonizzante Pff... nient'altro, poi un buco nero si stanziò nell'aria a una decina di centimetri dal suolo. Nessuno si accorse dell'implosione finché non videro il buco nero e si accorsero che era lì ad evidenziare un'assenza. Tutti si accorsero dell'alone nero, ma nessuno di cosa vi era poco tempo prima al suo posto. Ci girarono intorno per capirne la dimensione, quindi capirono che non era che di una trentina di centimetri di spessore e un'altezza di nemmeno due metri, ma non bastò. La massa era informe, quindi non potevano intuire di cosa potesse trattarsi, esattamente. Avrebbe potuto essere anche una scarpiera, per quanto ne sapevano. Quindi, occhi puntati su quella mancanza misteriosa, iniziarono a fare ipotesi. Qualcuno fece partire un gioco di scommesse e poco tempo dopo la posta in palio divenne cospicua. Tuttavia, siccome nessuno aveva mai fatto caso a cosa ci fosse in quel punto della stanza, non riuscirono a dare niente per certo e la persona che raccolse i soldi fece finta di niente e si dileguò col bottino. Era questo un truffatore, infatti, ma colti dalla frenesia e il desiderio di arricchirsi nessuno aveva minimamente pensato a quanto fosse pericoloso che quella persona custodisse il loro premio. Presi a discutere sulla veridicità delle varie ipotesi gli scommettitori l'avevano scordato. Il primo ad accorgersi fu un orfanello di sette anni che incuriosito si era intrufolato nel gruppo di adulti per scoprire il motivo di tutto quel confabulare. Non capì molto sull'argomento della discussione, ma vide a lungo l'uomo in disparte che continuava a prendere soldi, per questo si accorse del momento in cui se ne andò. Inizialmente aveva innocentemente pensato che fosse andato in bagno, ma vedendolo tardare se ne preoccupò e lo comunicò al signore accanto a sé. Quando questo si voltò iniziò a urlare. “Al ladro! Al ladro!” Gridava. Così se ne accorsero anche tutti gli altri e si scatenò un putiferio. “Al ladro! Al ladro! Trovatelo! Prendetelo!” Nessuno riuscì nell'impresa. Così, arrabbiati e tristi per la grande perdita monetaria, ognuno tornò nelle proprie case. I pochi che restarono ancora davanti al buco nero si demoralizzarono non solo per i soldi, ma perché si resero conto della loro stupidità nello scommettere su un enigma che non aveva soluzione. Nessuno sapeva cosa c'era stato in quel punto prima di quel momento e probabilmente nessuno l'avrebbe mai scoperto. Quasi sicuramente i soldi li avrebbe spesi il ladro, in attesa del verdetto che facesse vincere la scommessa che mai sarebbe arrivato. Anche questi, quindi, si arresero.
Il buco nero rimase là dove si era creato e ci volle molto poco perché le persone se ne scordassero. Spesso gli passavano davanti senza ormai accorgersi della sua esistenza. Solo l'orfanello che si era intrufolato tra gli adulti a curiosare passava. Arrivava davanti all'alone nero, che a lui sembrava gigantesco, e lo osservava con ammirazione. Delle volte gli parlava e altre prendeva un block notes, ne faceva un ritratto e si divertiva a disegnare al suo interno ciò che secondo lui vi era. Fece parecchi disegni. Prima il buco nero era vuoto, poi conteneva l'universo e poi, man mano che passava il tempo, si scoprì a disegnarci gli arcobaleni, i giocattoli e ogni cosa che desiderasse e lo rendesse felice. Gli stava diventando amico.
Un giorno l'orfanello sentì un bisbiglìo e, convinto che provenisse dal buco davanti a sé, ritorno a parlarci. Gli raccontava quello che faceva durante le giornate e faceva domande. Nessuna di quelle volte ricevette risposta, ma notò una cosa: si stava ingrandendo. Più tempo passava lì e più l'alone nero si allargava. L'orfanello arrivò anche ad averne paura e per una settimana evitò anche solo di pensare a quella strana presenza. Poi, così come ne era venuto a conoscenza, aveva dovuto ritornarci: preso dalla curiosità.
Il piccolo tornò nella stanza e trovò il buco nero delle sue giuste dimensioni, non più gigante come l'ultima volta che l'aveva visto. Come di solito faceva si sedette di fronte a lui e, in mancanza del block notes, iniziò a parlare. Era contento di ritrovare quel suo amico e dirgli il resoconto di tutta la settimana ma, poco dopo che cominciò a parlare, sentì una voce. La voce gli chiese i dettagli di ciò che raccontava e l'orfanello rispose. Rise insieme a lei delle sue stesse battute e, solo dopo che lui ebbe chiesto il motivo dell'implosione, calò il silenzio. L'orfanello se ne stava per andare quando, inaspettatamente, vide una mano. A questa seguì un busto di donna e un volto talmente conosciuto da non credere che per tutto quel tempo non avesse intuito quell'identità.

"So chi sei!" Gli disse, gli occhi spalancati dalla sorpresa.
"Vieni con me!" La voce, ora diventata donna, allungò la mano e la posò sul braccio dell'orfanello. Poi lo tirò a sè e trascinò dentro il buco nero che era sè stessa.

Sapere


Lo sapeva. Sapeva che loro due erano insieme in quel momento. Il momento in cui lei sedeva sconsolata a tavola e le sue mani sostenevano il peso del suo cuore, oltre a quello del suo volto. In silenzio guardava il test sul tavolo davanti a sé e non si permetteva neanche di reagire. Positivamente o negativamente che fosse. Ora che piano respirava e si faceva sempre più assente la guardavo anch'io immobile. Solo pensavo, scrutavo. Una ciocca sfuggita ai suoi capelli mal legati le cadde sul viso e quello fu l'unico gesto che lei fece: rimetterla dietro l'orecchio. Mi faceva male vedere quanto fosse trasandata, mentre no lo era mai stata in tutta la sua vita. Aveva appena addosso una tuta e i suoi bellissimi capelli biondi erano informi. Il suo viso portava ancora i segni delle notte insonni e il susseguirsi delle mattinate in preda ai conati di vomito.Loro due, Jazmin e Romeo, erano insieme in quel momento mentre Hilary era là di fronte a me con le lacrime agli occhi. Era incinta di Romeo. Romeo l'aveva abbandonata e lei era in attesa di suo figlio; quanto poteva essere ironica la vita! E adesso? Adesso avrei finalmente potuto confessarle il mio amore e forse risolvere la faccenda del bambino, ma non lo facevo. In fondo, ma forse neanche troppo in fondo perché era fin troppo visibile, sapevo che lei ancora amava lui. Ancora dentro stava sperando che lui tornasse e cambiasse idea, che questo bambino li riunisse. Ma, così come io sapevo questo, lei sapeva che Romeo amava davvero Jazmin, che questo amore era ricambiato e che ora che erano finalmente di nuovo assieme niente li avrebbe divisi. E lui, lasciando definitivamente il gruppo, aveva già fatto la sua scelta.

Romeo non c'era, non sarebbe tornato, ma il suo bambino? sapevo che la sofferente inespressione sul viso di Hilary era dovuta ad una ragione soltanto: anche lei aveva preso una decisione. Il bambino che aveva in grembo, frutto del suo amore non corrisposto per Romeo, non sarebbe nato. Mai.