Chiedo scusa anticipatamente per il finale, ma il personaggio ha voluto così! :P
Ecco a voi: Appesa ad un albero!
Scivolo. Non faccio altro che scivolare.I piedi non hanno presa sulla corteccia dura che a tratti si spezza alla pressione del mio peso, alla forza che con tutta me stessa ci metto. Alzo la mano, cerco un appiglio più o meno sicuro. In mancanza di esso per gli ultimi metri mi sono abbracciata a quello che poteva essere sia la mia salvezza sia la mia distruzione, ma ora ci riprovo.Tocco e percepisco ogni singola smussatura, ogni variazione del tronco a contatto col mio palmo. Mi allungo e sposto a destra fino a toccare qualcosa di diverso. Un buco, una scanalatura, mi sembra. É profonda abbastanza da potermi appigliare. Alzo gli occhi per un secondo, quanto basta per essere sicura che sia effettivamente così, poi concentro quel poco di energia che non ho impiegato nelle gambe in quell'unico movimento che porterà i polpastrelli delle mie dita al sicuro.Sento l'interno coscia bruciarmi, all'apice di quel movimento, mi sento girare leggermente la testa quando finalmente completo il mio gesto. Ho le vertigini ogni cosa che faccio, ormai. Mi sembra di cadere ad ogni respiro, eppure sono ancora aggrappata. Vedo ancora davanti ai miei occhi il marrone di quell'albero che mi sembra immenso e mi accorgo di essere ancora viva anche se sempre più instabile. Non sento più niente del mio corpo oltre al bruciore alle gambe e al braccio quando mi sposto, ma almeno ci sono ancora le dita. Fredde, striminzite, apparentemente troppo piccole e fragili per sopportare gli sforzi imposti. Ma, loro sono ancora lì. Sono ghiacciate ma ancora sentono, ed è soprattutto grazie a loro che non sono caduta.Sinceramente, non ho neanche idea dell’altezza alla quale io mi trovi. Lo sforzo continuo del mio stanco corpo mi ha fatto dimenticare dove fossi l'ultima volta che ho controllato. Quando mi è caduto l'orologio e sono rimasta senza neanche la misura del tempo a farmi compagnia. Ma, non c'è problema. Ricordo la cosa più importante: devo salire. È sopra, la mia meta. Forse tanto, forse poco lontana, ma è sopra di me.Ricordo come fosse ancora ieri il giorno in cui l'ho fissata.Mia nonna era arrivata a casa con un albero in un sacchetto nero. Un pino, era. Non superava il metro d'altezza, eppure era già più alto di me. Me ne lamentavo perché avevo da poco avuto una nuova sorellina ed ero orgogliosa di essere la più grande. Per qualche strana concezione ero convinta che ogni cosa che dovesse entrare stabilmente a fare parte della nostra casa dovesse anche essere più piccola di me. Così i miei due cani erano arrivati piccoli e, quando crescendo mi avevano superata io non avevo posto obiezioni. Anche mia sorella, se un giorno fosse cresciuta più di me nonostante io fossi più grande, l'avrei perdonata. Ma quell'albero mai.Così, avevo fatto di tutto per farlo morire. Avevo inventato intrugli magici a base di detersivi per la casa e insetticidi, ma lui era rimasto sempre là, sempre più grande di me perché oltre ad essere stata l'unica cosa ad essere entrata in casa grande, era quella che cresceva di più e più in fretta. Era così ingiusto! Mi sembravo l'unica a non crescere lì. Non più di qualche centimetro, almeno. Perché lui poteva?Un giorno mi ero svegliata e, dalla finestra della mia camera al primo piano, l'avevo visto. Le sue cime si erano estese fin là e io mi ero sentita crollare il mondo addosso. Mi sentivo infuriata con quell'essere che aveva osato sfuggire alle regole che io avevo imposto e che non accennava minimamente ad ubbidire. Soprattutto, odiavo il fatto che nessuno provasse a darmi retta e tagliarlo.Per una settimana, quindi, non avevo aperto bocca. Non avevo parlato con nessuno né accennato ad andare a scuola. Ero rimasta in camera mia a guardare fuori dalla finestra. L'albero mi sembrava crescesse ogni giorno di più e io avevo rinunciato al mio segreto sogno di vendetta di superarlo e guardarlo dall'alto al basso come lui aveva fatto con me da quando era arrivato. Al posto di quello, invece, si stava facendo sempre più spazio nella mia mente un altro piano: dovevo tagliarlo. Dovevo essere io stessa a tagliargli la cima. Farne un albero di Natale, il più piccolo mai visto, in modo da dimostrare la mia superiorità nei suoi confronti.Era questo il mio obiettivo fin da piccola: arrampicarmi su quell'albero. Raggiungere ramo dopo ramo la cima con una sega in mano e, una volta raggiunta, raderla al suolo.Dopo la mia settimana di mutismo avevo passato ogni singolo momento sdraiata sotto quell'albero. Lo osservavo crescere dal basso e gioivo ad ogni nuovo ramo spuntato perché mi sarebbe stato d'aiuto per la mia futura scalata. Studiavo ogni dettaglio e sognavo il giorno in cui l'avrei visto senza cima.Poi, col tempo, la mia statura aumentò. Incredibilmente non m’interessava più scalare l’albero, ma le posizioni. Quelle a scuola, nelle amicizie, nel lavoro… Chissà come, avevo dimenticato quale fosse l’origine dei miei sogni, delle mie ossessioni di grandezza. Mentre giorno dopo giorno mi sentivo crescere, avevo piano piano dimenticato la mia meta più importante.Ma, è successo ieri.Ero a lavoro, quando ho ricevuto la telefonata di mia sorella. Lei, con la sua vocina ancora incredibilmente acuta, singhiozzava oltre la cornetta. “La nonna!” mi ripeteva ossessivamente tra un “vieni” e l’altro. Non ci pensai due volte e corsi da lei.La nonna, quando giunsi a casa, non c’era più. C’era il suo bianco spettrale corpo disteso sul letto e la vasca ancora straboccante dell’acqua con cui lei aveva pensato di fare il bagno prima di avere l’infarto. Almeno, questa è l’unica ragione che i medici hanno saputo darci per giustificare la sua morte.Mia sorella, sconvolta e paradossalmente inespressiva, si era rintanata in camera sua subito dopo il mio arrivo. Io ero andata in bagno, osservato quella che era stata l’ultima cosa vista da mia nonna in vita e, sentendomi improvvisamente mancare, avevo guardato oltre la finestra. Là, tutt’a un tratto beffardo, il pino mi guardava. Era diventato ancora più grande, enorme. Vedevo solo i rami e la cima era lontana, superiore. Sembrava ridere di noi e la vita che anno dopo anno giungeva alla fine.Non so quanto tempo dopo, né il momento preciso in cui iniziai la mia scalata. So soltanto che, quando finalmente riaprii gli occhi ero lontana dal suolo. Non avevo niente in mano, neppure una lama con cui tagliare la cima all’albero, una volta arrivata in alto.Stavo però scalando.Salivo con sempre minore forza, eppure salivo. Anche ora, mentre noto che nonostante una mano sia al sicuro, non c’è modo di stabilizzare il mio equilibrio. La gamba brucia tanto da sentirla e a tratti neppure riconoscerla come piena parte di me. Brucia il braccio allungato verso la fessura, brucia quello vicino al petto, che tutto sommato trattiene l’intero corpo. Brucia - ne sono sempre più certa - l’interno di ogni mia fibra.Ripenso a tutte le battaglie combattute per la mia smania di superiorità, al dolore lancinante di muscoli e arti, e solo ora me ne accorgo. Non ce la faccio più.Non voglio più scalare. Voglio lasciarmi andare e tornare ad osservare il mondo dal basso. Sentire il sole sulla pelle quando tra un ramo e l’altro riesce ad insinuarsi e giungere a terra.“Tutto sommato…” Quando realizzo il pensiero mi sento finalmente tranquilla e leggera. Le dita della mia mano destra si sciolgono e il dolore al corpo piano svanisce col mio staccarmi dall’albero. “…il mondo era più bello da laggiù”.