Sentivo versi di sforzo, rumore ferroso
venire da quella stanza tutti i giorni. Fin dalle prime ore del
mattino, quando aprivo gli occhi, non era la sveglia a farmi alzare
da letto. Mi lavavo, vestivo e andavo a spingere la grande porta
dalla quale provenivano quei rumori.
“Nonno, vado a scuola!” Dicevo. Gli
occhi, per quanto aperti e desiderosi di vedere, non riuscivano a
scorgere nulla, nel buio di quella stanza. Lui mi rispondeva con il
suo consueto mugugnare e io immaginavano che in questo lui riponesse
i migliori auguri per la giornata che mi aspettava. Non ero mai
riuscita a capire se avessi ragione o meno, però.
Ai miei genitori spesso chiedevo cosa
ci facesse il nonno in quella stanza buia e non ottenevo mai risposte
concrete. Forse, mi dicevo, non lo sapeva nessuno. Giustificavo così
il mutismo dei miei famigliari, ma sapevo che questa mia affermazione
non aveva alcun fondo di verità.
C'erano delle persone che entravano e
uscivano da quella stanza. Erano pochi i ragazzi, ma di adulti vi
erano a vagonate. Tanti da riempire tre o quattro pullman. E tutti,
ordinatamente in fila, attendavano il loro turno davanti a quella
porta. Erano calmi, mi guardavano sorridenti quando li sorpassavo la
mattina e andavo a comunicare la mia partenza. Avevano un'aria beata,
come se nulla li toccasse e ogni cosa fosse splendente ai loro occhi.
Alcuni li sentivo parlare emozionati all'idea del posto dove stavano
per entrare e, sentendosi onorati all'idea che mio nonno li
ricevesse, aspettavano anche tutta la giornata. Mi capitava spesso di
vedere persone in fondo alla fila quando uscivo di casa e
ritrovarmele all'inizio quando ritornavo indietro. Altri invece,
facevano quella processione più di una volta al giorno, soddisfatti
dell'esperienza.
Io entravo in camera mia e, come se il
tempo non fosse passato eccetto che per l'intensità della luce
pomeridiana, tornavo a sentire i versi di sforzo, a volte anche di
pianto. Sentivo quel picchiettare costante come di martello e, quando
questo cessava, un lungo respiro di sollievo. Poi le persone uscivano
con aria ancora più sublime.
“Che cosa avete fatto lì dentro?”
Lo chiedevo ad ogni persona che incrociavo. Loro mi sorridevano
ancora e, guardando il cielo, mi dicevano di ringraziare
infinitamente mio nonno. Io accennavo un cortese sì e tornavo a
porgere la stessa domanda. A questo punto, quindi, mi rispondevano:
“Un giorno capirai!” e io me ne andavo arresa. Chissà quando
avrei capito anch'io! Mai, probabilmente.
Un giorno persi la pazienza. Mi stancai
di tanto mistero e decisi di andare a scoprirlo da sola. Superai la
ventina di persone accodate davanti alla porta ed entrai nella stanza
di mio nonno.
C'erano tanti scaffali a ricoprire le
pareti, tutti colmi di libri. Non vi era traccia di letto, ma solo
una poltrona e un piccolo tavolino in mezzo alla stanza. Sulla
poltrona era seduta una delle tante persone che erano in coda, sul
tavolino c'era una lampada, una penna e una serie di coni di varie
dimensioni.
Mio nonno, un signore alto, magro e
canuto, era ricurvo sulla la testa del suo ospite e, con un martello
in mano, spingeva uno di quei coni argentati dentro la testa di
quest'ultimo.
“Nonno!” Gridai, mentre gli vidi
prendere in mano la penna. Poi corsi via.
Lui si arrestò e il suo ospite smise
di soffrire.
Per quel giorno non ricevette più
nessuno. Si sedette a fianco a me sul letto e disse:
“I romanzi sono dei cunei che un
autore con la penna in mano insinua nella mente chiusa dei suoi
lettori. Quanto più egli saprà calcolare la forza di penetrazione
del cuneo e la resistenza che gli verrà opposta, tanto più ampia
sarà la spaccatura che rimarrà nella personalità del lettore”
“I romanzi dovrebbero essere proibiti
dalla legge” Risposi.
Decisi che non avrei mai letto un
romanzo in vita mia.