Scrivo per piacere, per esigenza del mio animo. Racconto storie su di me, su qualcun altro, scritte dalla mia mano ma non sempre dalla persona che sono.
Dò vita a racconti di voci non abbastanza forti per essere sentite e pensieri talmente tanto profondi in noi da non sapere della loro esistenza.
Sogno e trasformo in realtà l'immaginazione con i miei scritti. Scruto con gli occhi, elaboro con la mente e creo.
Questi sono i miei racconti, reali o immaginari che siano.

Cunei

Sentivo versi di sforzo, rumore ferroso venire da quella stanza tutti i giorni. Fin dalle prime ore del mattino, quando aprivo gli occhi, non era la sveglia a farmi alzare da letto. Mi lavavo, vestivo e andavo a spingere la grande porta dalla quale provenivano quei rumori.
“Nonno, vado a scuola!” Dicevo. Gli occhi, per quanto aperti e desiderosi di vedere, non riuscivano a scorgere nulla, nel buio di quella stanza. Lui mi rispondeva con il suo consueto mugugnare e io immaginavano che in questo lui riponesse i migliori auguri per la giornata che mi aspettava. Non ero mai riuscita a capire se avessi ragione o meno, però.
Ai miei genitori spesso chiedevo cosa ci facesse il nonno in quella stanza buia e non ottenevo mai risposte concrete. Forse, mi dicevo, non lo sapeva nessuno. Giustificavo così il mutismo dei miei famigliari, ma sapevo che questa mia affermazione non aveva alcun fondo di verità.
C'erano delle persone che entravano e uscivano da quella stanza. Erano pochi i ragazzi, ma di adulti vi erano a vagonate. Tanti da riempire tre o quattro pullman. E tutti, ordinatamente in fila, attendavano il loro turno davanti a quella porta. Erano calmi, mi guardavano sorridenti quando li sorpassavo la mattina e andavo a comunicare la mia partenza. Avevano un'aria beata, come se nulla li toccasse e ogni cosa fosse splendente ai loro occhi. Alcuni li sentivo parlare emozionati all'idea del posto dove stavano per entrare e, sentendosi onorati all'idea che mio nonno li ricevesse, aspettavano anche tutta la giornata. Mi capitava spesso di vedere persone in fondo alla fila quando uscivo di casa e ritrovarmele all'inizio quando ritornavo indietro. Altri invece, facevano quella processione più di una volta al giorno, soddisfatti dell'esperienza.
Io entravo in camera mia e, come se il tempo non fosse passato eccetto che per l'intensità della luce pomeridiana, tornavo a sentire i versi di sforzo, a volte anche di pianto. Sentivo quel picchiettare costante come di martello e, quando questo cessava, un lungo respiro di sollievo. Poi le persone uscivano con aria ancora più sublime.
“Che cosa avete fatto lì dentro?” Lo chiedevo ad ogni persona che incrociavo. Loro mi sorridevano ancora e, guardando il cielo, mi dicevano di ringraziare infinitamente mio nonno. Io accennavo un cortese sì e tornavo a porgere la stessa domanda. A questo punto, quindi, mi rispondevano: “Un giorno capirai!” e io me ne andavo arresa. Chissà quando avrei capito anch'io! Mai, probabilmente.
Un giorno persi la pazienza. Mi stancai di tanto mistero e decisi di andare a scoprirlo da sola. Superai la ventina di persone accodate davanti alla porta ed entrai nella stanza di mio nonno.

C'erano tanti scaffali a ricoprire le pareti, tutti colmi di libri. Non vi era traccia di letto, ma solo una poltrona e un piccolo tavolino in mezzo alla stanza. Sulla poltrona era seduta una delle tante persone che erano in coda, sul tavolino c'era una lampada, una penna e una serie di coni di varie dimensioni.
Mio nonno, un signore alto, magro e canuto, era ricurvo sulla la testa del suo ospite e, con un martello in mano, spingeva uno di quei coni argentati dentro la testa di quest'ultimo.
“Nonno!” Gridai, mentre gli vidi prendere in mano la penna. Poi corsi via.
Lui si arrestò e il suo ospite smise di soffrire.
Per quel giorno non ricevette più nessuno. Si sedette a fianco a me sul letto e disse:
“I romanzi sono dei cunei che un autore con la penna in mano insinua nella mente chiusa dei suoi lettori. Quanto più egli saprà calcolare la forza di penetrazione del cuneo e la resistenza che gli verrà opposta, tanto più ampia sarà la spaccatura che rimarrà nella personalità del lettore”
“I romanzi dovrebbero essere proibiti dalla legge” Risposi.
Decisi che non avrei mai letto un romanzo in vita mia.