Scrivo per piacere, per esigenza del mio animo. Racconto storie su di me, su qualcun altro, scritte dalla mia mano ma non sempre dalla persona che sono.
Dò vita a racconti di voci non abbastanza forti per essere sentite e pensieri talmente tanto profondi in noi da non sapere della loro esistenza.
Sogno e trasformo in realtà l'immaginazione con i miei scritti. Scruto con gli occhi, elaboro con la mente e creo.
Questi sono i miei racconti, reali o immaginari che siano.

Chiesa

...E ogni tanto ci vogliono anche loro: i vecchi racconti!

Soffocante, tediosa vita... riesco a sentirne l’odio attraversarmi il corpo e passare dentro le vene inesorabile, pesante, dura; Corrodermi l'animo e tutto quello che sono. Eppure osservo ancora quella gigantesca chiesa che sembra chiamarmi e cercare di farmi cambiare idea. No. Non cambierò. Non cambierò strada, e andrò verso quella casa ancora una volta. Questa volta sarà l’ultima. Voglio incendiare tutto, distruggere ogni segno della sua esistenza e sbarazzarmene per sempre. Voglio distruggere quell’essere che mi ha tanto detestato e che non ha fatto altro che riversarmi addosso litri di veleno. Acido. Ti distruggerò. Per troppo tempo ho dovuto soffrire, ti ho dovuto sopportare... sottomettendomi al tuo volere e ad ogni tuo capricci o, ho fatto crescere ancora di più il tuo disprezzo per la vita. Uomo. Questa volta non ti seguirò, non ubbidirò ai tuoi comandi insulsi. Non ti mostrerò la mia corteccia dura e lascerò che tu la graffi. No, non ci riuscirai ancora. Sono diventata ancora più dura di te. Forte. Non ho più niente dentro, sono solo un corpo rigido, un cuore nero, un cervello capace di pensare solo alle tue ingiustizie per elaborare la sentenza della tua morte. Sì, la tua. Tu morirai. Io ti ucciderò. Soffocherai e ti perderai nella tua fiamma, nella tua ombra. Pagherai i tuoi errori una volta per tutte... non sarò più tua; sarò finalmente e semplicemente libera. No. Non sarò libera. Quello è solo un sogno. È solo un'effimera illusione. Continuerò a vivere in questo schifo di mondo, in questa stupida civiltà. Non starò meglio. Lo so. Sarò ancora davanti a questa chiesa a contemplare colui che tutti chiamano Dio..onnipresente Dio... a sperare che esista, in un qualche modo.
Ma ora, è il momento di agire; attraverserò questa piazza e andrò verso quel luogo.. il luogo che tanto tormenta il mio essere...e.. li ci sarà la mia resa dei conti.

***
George, eccomi qui! Sto per distruggere la tua vita, distruggerò te. Mentre dormi ti accarezzerò i capelli e bacerò la tua fronte... sarà il nostro addio. Il mio unico modo per avvisarti di quello che starà per succedere. Sarai in grado di capire il mio messaggio? Vedrai che sono il tuo Giuda traditore? Sarà nelle tue mani la tua stessa sorte... svegliati. Fermami, ti prego. Ora, che le mie labbra sono ancora appoggiate al tuo volto. Cambia le carte in tavola. Cambia il destino..cambia ciò che io voglio ardentemente per il mio aguzzino... per te!
No..ormai è troppo tardi..
Ho staccato le mie labbra dal tuo volto e allontanato il mio respiro da te. Tengo in mano la tua fine. Sono diventata quello che volevo, e finalmente ho il controllo io. Solo un tasto. Una leggera pressione del mio dito su quel pulsante e tutto sarà finito.
Ora.

***
C’è stata un’esplosione e tu hai semplicemente smesso di vivere. Custodisco il tuo ricordo e il nero che aveva dimora in te si è permanentemente impresso nella mia anima... ora nera e intrisa di male. Dall’altra parte della strada, davanti alla chiesa c’è una panchina. Mi ci sono seduta. È passata un’ora. Non ho più parole o pensieri. Non ho più cuore e corpo. Non ho più anima. Non ho più niente. Non sono niente. Sono presenza ombrosa che occupa uno spazio, che agisce in modo involontario, che guarda un’imponente monumento nel centro di una città qualunque.
Chiesa... atto folle di migliaia di popolazioni e civiltà. Manifestazione di sapienza e arte. Ridicola devozione di un’umanità a un essere onnisciente, onnipotente, onnipresente; ma completamente inesistente. Energie utilizzate in errato modo... sono il risultato di ancora più errate credenze intorno alle quali il mondo vive...

Dio non esiste. L’ho finalmente provato a me stessa. Perché, in quell’esplosione sono morte due persone, se non tre. Siamo morti tutti. Morto lui, morta io, morto il frutto del suo abuso su di me. E, nessuno è venuto in nostro soccorso. Nessuno ci ha... o mi ha indicato la giusta via e ha assegnato a noi il posto che occuperemo per l’eternità. Nessuno.

Nessuno.

Storia di un buco


Prima di tutto ci fu un'implosione. Sì, proprio così. Non ci furono detriti in aria e neppure per terra, non ci fu nessun grande botto, al contrario. Fu più che altro l'esalazione dell'ultimo respiro di un moribondo, di un agonizzante Pff... nient'altro, poi un buco nero si stanziò nell'aria a una decina di centimetri dal suolo. Nessuno si accorse dell'implosione finché non videro il buco nero e si accorsero che era lì ad evidenziare un'assenza. Tutti si accorsero dell'alone nero, ma nessuno di cosa vi era poco tempo prima al suo posto. Ci girarono intorno per capirne la dimensione, quindi capirono che non era che di una trentina di centimetri di spessore e un'altezza di nemmeno due metri, ma non bastò. La massa era informe, quindi non potevano intuire di cosa potesse trattarsi, esattamente. Avrebbe potuto essere anche una scarpiera, per quanto ne sapevano. Quindi, occhi puntati su quella mancanza misteriosa, iniziarono a fare ipotesi. Qualcuno fece partire un gioco di scommesse e poco tempo dopo la posta in palio divenne cospicua. Tuttavia, siccome nessuno aveva mai fatto caso a cosa ci fosse in quel punto della stanza, non riuscirono a dare niente per certo e la persona che raccolse i soldi fece finta di niente e si dileguò col bottino. Era questo un truffatore, infatti, ma colti dalla frenesia e il desiderio di arricchirsi nessuno aveva minimamente pensato a quanto fosse pericoloso che quella persona custodisse il loro premio. Presi a discutere sulla veridicità delle varie ipotesi gli scommettitori l'avevano scordato. Il primo ad accorgersi fu un orfanello di sette anni che incuriosito si era intrufolato nel gruppo di adulti per scoprire il motivo di tutto quel confabulare. Non capì molto sull'argomento della discussione, ma vide a lungo l'uomo in disparte che continuava a prendere soldi, per questo si accorse del momento in cui se ne andò. Inizialmente aveva innocentemente pensato che fosse andato in bagno, ma vedendolo tardare se ne preoccupò e lo comunicò al signore accanto a sé. Quando questo si voltò iniziò a urlare. “Al ladro! Al ladro!” Gridava. Così se ne accorsero anche tutti gli altri e si scatenò un putiferio. “Al ladro! Al ladro! Trovatelo! Prendetelo!” Nessuno riuscì nell'impresa. Così, arrabbiati e tristi per la grande perdita monetaria, ognuno tornò nelle proprie case. I pochi che restarono ancora davanti al buco nero si demoralizzarono non solo per i soldi, ma perché si resero conto della loro stupidità nello scommettere su un enigma che non aveva soluzione. Nessuno sapeva cosa c'era stato in quel punto prima di quel momento e probabilmente nessuno l'avrebbe mai scoperto. Quasi sicuramente i soldi li avrebbe spesi il ladro, in attesa del verdetto che facesse vincere la scommessa che mai sarebbe arrivato. Anche questi, quindi, si arresero.
Il buco nero rimase là dove si era creato e ci volle molto poco perché le persone se ne scordassero. Spesso gli passavano davanti senza ormai accorgersi della sua esistenza. Solo l'orfanello che si era intrufolato tra gli adulti a curiosare passava. Arrivava davanti all'alone nero, che a lui sembrava gigantesco, e lo osservava con ammirazione. Delle volte gli parlava e altre prendeva un block notes, ne faceva un ritratto e si divertiva a disegnare al suo interno ciò che secondo lui vi era. Fece parecchi disegni. Prima il buco nero era vuoto, poi conteneva l'universo e poi, man mano che passava il tempo, si scoprì a disegnarci gli arcobaleni, i giocattoli e ogni cosa che desiderasse e lo rendesse felice. Gli stava diventando amico.
Un giorno l'orfanello sentì un bisbiglìo e, convinto che provenisse dal buco davanti a sé, ritorno a parlarci. Gli raccontava quello che faceva durante le giornate e faceva domande. Nessuna di quelle volte ricevette risposta, ma notò una cosa: si stava ingrandendo. Più tempo passava lì e più l'alone nero si allargava. L'orfanello arrivò anche ad averne paura e per una settimana evitò anche solo di pensare a quella strana presenza. Poi, così come ne era venuto a conoscenza, aveva dovuto ritornarci: preso dalla curiosità.
Il piccolo tornò nella stanza e trovò il buco nero delle sue giuste dimensioni, non più gigante come l'ultima volta che l'aveva visto. Come di solito faceva si sedette di fronte a lui e, in mancanza del block notes, iniziò a parlare. Era contento di ritrovare quel suo amico e dirgli il resoconto di tutta la settimana ma, poco dopo che cominciò a parlare, sentì una voce. La voce gli chiese i dettagli di ciò che raccontava e l'orfanello rispose. Rise insieme a lei delle sue stesse battute e, solo dopo che lui ebbe chiesto il motivo dell'implosione, calò il silenzio. L'orfanello se ne stava per andare quando, inaspettatamente, vide una mano. A questa seguì un busto di donna e un volto talmente conosciuto da non credere che per tutto quel tempo non avesse intuito quell'identità.

"So chi sei!" Gli disse, gli occhi spalancati dalla sorpresa.
"Vieni con me!" La voce, ora diventata donna, allungò la mano e la posò sul braccio dell'orfanello. Poi lo tirò a sè e trascinò dentro il buco nero che era sè stessa.

Sapere


Lo sapeva. Sapeva che loro due erano insieme in quel momento. Il momento in cui lei sedeva sconsolata a tavola e le sue mani sostenevano il peso del suo cuore, oltre a quello del suo volto. In silenzio guardava il test sul tavolo davanti a sé e non si permetteva neanche di reagire. Positivamente o negativamente che fosse. Ora che piano respirava e si faceva sempre più assente la guardavo anch'io immobile. Solo pensavo, scrutavo. Una ciocca sfuggita ai suoi capelli mal legati le cadde sul viso e quello fu l'unico gesto che lei fece: rimetterla dietro l'orecchio. Mi faceva male vedere quanto fosse trasandata, mentre no lo era mai stata in tutta la sua vita. Aveva appena addosso una tuta e i suoi bellissimi capelli biondi erano informi. Il suo viso portava ancora i segni delle notte insonni e il susseguirsi delle mattinate in preda ai conati di vomito.Loro due, Jazmin e Romeo, erano insieme in quel momento mentre Hilary era là di fronte a me con le lacrime agli occhi. Era incinta di Romeo. Romeo l'aveva abbandonata e lei era in attesa di suo figlio; quanto poteva essere ironica la vita! E adesso? Adesso avrei finalmente potuto confessarle il mio amore e forse risolvere la faccenda del bambino, ma non lo facevo. In fondo, ma forse neanche troppo in fondo perché era fin troppo visibile, sapevo che lei ancora amava lui. Ancora dentro stava sperando che lui tornasse e cambiasse idea, che questo bambino li riunisse. Ma, così come io sapevo questo, lei sapeva che Romeo amava davvero Jazmin, che questo amore era ricambiato e che ora che erano finalmente di nuovo assieme niente li avrebbe divisi. E lui, lasciando definitivamente il gruppo, aveva già fatto la sua scelta.

Romeo non c'era, non sarebbe tornato, ma il suo bambino? sapevo che la sofferente inespressione sul viso di Hilary era dovuta ad una ragione soltanto: anche lei aveva preso una decisione. Il bambino che aveva in grembo, frutto del suo amore non corrisposto per Romeo, non sarebbe nato. Mai.